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Il 30 settembre 2026 si chiude la prima finestra del Registro nazionale delle imprese storiche. Vale per le aziende che al 31 dicembre 2025 avevano già compiuto cent’anni. Per loro, in questi giorni, la domanda è pratica. Ci sono le carte per dimostrarlo?
Poi ne arriva una seconda, che resta anche dopo la scadenza. Il giorno dopo l’iscrizione, cosa racconta quel marchio a chi deve comprare? Tienila da parte, ci torniamo in fondo.
Il bando in breve · regole in vigore al 15 settembre 2026
- Scadenza. 30 settembre 2026, per le imprese che avevano cent’anni al 31 dicembre 2025. Chi li compie nel corso del 2026 presenta la domanda entro il 31 luglio 2027.
- Chi può. Imprese attive, di qualsiasi forma giuridica e settore, iscritte al Registro delle imprese e in regola con il diritto annuale. Serve un secolo di attività ininterrotta nello stesso settore merceologico.
- Come. L’iscrizione è gratuita e si fa online sul sito di Unioncamere, scegliendo la Camera di commercio dove l’impresa è iscritta.
- Chi firma. Il modulo lo firma il titolare oppure il legale rappresentante.
- Cosa si allega. Una breve relazione sulla vita dell’azienda e il documento storico più antico, che serve a provare la data di avvio quando è diversa da quella della visura.
- Cosa si ottiene. Un attestato e il diritto di fregiarsi del marchio «Impresa storica d’Italia». Sull’iscrizione decide Unioncamere dopo l’istruttoria.
- Dubbi sul tuo caso. Senti la Camera di commercio, oppure scrivi a ris@unioncamere.it.
- Un altro registro, i marchi storici. Riguarda il marchio, registrato e rinnovato da almeno 50 anni oppure usato in modo continuativo da 50. La domanda va all’Ufficio italiano brevetti e marchi in qualsiasi momento, con un bollo da 16 euro.
- Quanti sono. Al 14 settembre 2026 i marchi storici iscritti erano 1.056.
Cosa chiede il Regolamento, in una riga
Fra gli allegati obbligatori c’è una relazione. Il Regolamento la descrive così.
«una breve relazione sulla vita dell’azienda dalla costituzione ad oggi, dalla quale emerga in particolare la continuità storica dell’impresa»
Una pagina, in sostanza.
Lo stesso Regolamento apre anche una porta. L’iscrizione vale anche per chi ha cambiato proprietà, nome o sede, purché l’attività resti collegata a quella originaria e allo stesso settore. Conta la continuità del lavoro, più della targa sulla porta.
Dal Negro è la prova. Le carte da gioco di Carbonera, in provincia di Treviso, hanno radici nel 1756. Nel 1928 l’azienda passa a Teodomiro Dal Negro, di cui oggi porta il nome. Sta in tutti e due i registri, imprese storiche e marchi storici. Il cambio di mano ha retto.
La stessa domanda arriva molto prima dei cent'anni
A una centenaria il Registro chiede di mettere per iscritto cosa è rimasto uguale mentre cambiava il resto. I proprietari, la ragione sociale, in qualche caso perfino la città. È una richiesta curiosa, per un ente pubblico. Somiglia parecchio a un esercizio di direzione.
La stessa domanda si presenta decenni prima, il giorno in cui chi ha fondato l’azienda comincia a pensare a chi verrà dopo. Lì il calendario lo fissa il passaggio generazionale, e quella data la conosce solo chi ci sta dentro. L’Osservatorio AUB, presentato a febbraio 2026, ha guardato le aziende familiari italiane sopra i 20 milioni di fatturato. Oltre un terzo potrebbe passare di mano entro dieci anni.
Quando arriva il giorno, quote e firme le sistema il notaio. Il resto si sposta più piano, e spesso resta affidato alla voce.
Quello che vive fuori dai documenti
Una parte del lavoro sta fuori dai raccoglitori. È il motivo per cui quel pezzo si fa in quel modo, o il cliente che va chiamato prima degli altri. Sono cose che qualcuno sa. Finché quel qualcuno è lì, funzionano benissimo.
Capita di vederle in una settimana di fiera, quando chi decide è fuori e una scelta resta ferma sul tavolo fino al rientro. Magari nella tua azienda quella parte è già passata ad altri, e allora metà del lavoro è fatta. L’altra metà è scriverla, ed è quella che il Registro chiede.
Ai clienti arriva una data in fondo al catalogo
Di tutta quella storia, al compratore arriva una riga sola. La parola «dal» seguita da un anno, in fondo al catalogo. In trattativa ha davanti il preventivo, con le sue voci e il suo totale. Le scelte fatte in tanti anni, su quel foglio, mancano.
Il modo di lavorare che ha tenuto in piedi l’azienda arriva al tavolo solo se qualcuno l’ha messo per iscritto. E se lo sa raccontare. Allora si discute di quello, invece che di prezzo e di margini.
Chi decide cosa tenere
Il Registro certifica gli anni. Quanto valgono lo dicono due persone sedute allo stesso tavolo, chi ha aperto l’azienda e chi è arrivato l’anno scorso. Il primo spiega perché una cosa si fa così, il secondo racconta cosa gli è arrivato di quella spiegazione. Dove i due racconti coincidono, c’è già la lista delle cose da tenere.
Conviene scriverla mentre chi ha fondato l’azienda è ancora quello che firma. A lui mettere mano al marchio può sembrare un tradimento, e per questo si parte da quello che c’è già. Lo si guarda insieme, lui e chi è arrivato dopo, e si separa quello che ha retto a ogni cambio dalle abitudini prese per comodità.
E quando in azienda sei tu quello arrivato dopo, il bando diventa una scusa comoda per aprire il discorso. Si parla di una scadenza pubblica e di carte da cercare in archivio. E per chi l’azienda l’ha costruita, un attestato pubblico è un riconoscimento del suo lavoro.
Quattro gesti per cominciare
Metti in fila le versioni. Marchio, cataloghi e insegne, dalla fondazione a oggi, sullo stesso tavolo. Quello che è rimasto uguale a ogni cambio di grafico è già una prima lista.
Scrivi la relazione, anche se i cent’anni sono lontani. Una pagina sulla vita dell’azienda, da dove è partita e cosa è cambiato per strada. In fondo va la riga più difficile, quella su cosa è rimasto uguale. Per chi i cent’anni li ha già, quella pagina è anche il primo allegato della domanda.
Chiedi a chi è entrato da poco cosa sa di come è nata l’azienda, e da chi l’ha saputo. La seconda risposta dice chi la racconta, oggi, a chi arriva.
Fai la stessa domanda a più persone. «Cosa di noi deve restare?», chiesta separatamente al titolare e a tre responsabili. Le risposte che coincidono sono già la prima riga della relazione. Dove si allontanano, c’è qualcosa che in azienda si dà per capito.
Torniamo alla seconda domanda, quella messa da parte all’inizio. Il giorno dopo l’iscrizione, quel marchio racconta quello che qualcuno ha scritto. Tutto il resto rimane in archivio, dove ci guarda solo chi ti conosce già.
Domande frequenti
Regole in vigore al 15 settembre 2026.
Chi può iscriversi al Registro delle imprese storiche?
Le imprese attive di qualsiasi forma giuridica e settore, iscritte al Registro delle imprese e in regola con il diritto annuale. Serve un secolo di attività ininterrotta nello stesso settore merceologico. Valgono anche le aziende che hanno cambiato proprietà, nome o sede, purché l’attività resti collegata a quella originaria. Sull’iscrizione decide Unioncamere dopo l’istruttoria.
Entro quando va presentata la domanda?
Entro il 30 settembre 2026 per le imprese che avevano già compiuto cento anni al 31 dicembre 2025. Chi li compie nel corso del 2026 ha tempo fino al 31 luglio 2027, perché il requisito si conta al 31 dicembre dell’anno precedente. Per un dubbio sul tuo caso senti la Camera di commercio dove l’impresa è iscritta, oppure scrivi a ris@unioncamere.it.
Nel passaggio generazionale il marchio va cambiato?
Il passaggio è un buon momento per chiederselo, e la risposta parte da quello che c’è. Prima si guarda cosa del marchio riconoscono già i clienti e le persone in azienda. Si mettono accanto le versioni di questi anni, e le risposte di chi l’ha fondata e di chi è arrivato dopo. Quello che riconoscono tutti si tiene com’è. Sul resto si può lavorare, mettendo per iscritto cosa si cambia e perché.
Che differenza c’è fra impresa storica e marchio storico?
Sono due registri separati. Il Registro delle imprese storiche di Unioncamere riguarda l’azienda e i suoi cento anni di attività, è gratuito e ha delle scadenze. Il registro dei marchi storici di interesse nazionale riguarda il marchio, registrato e rinnovato da almeno 50 anni oppure usato in modo continuativo da 50, e la domanda va all’Ufficio italiano brevetti e marchi in qualsiasi momento, con un bollo da 16 euro. Un’azienda può stare in entrambi.
Se in azienda si sta preparando un passaggio di mano, o un anniversario, e vuoi mettere in fila cosa tenere, mandaci una mail. Ti risponde il team di Parsifal, e da lì fissiamo un incontro o una call.